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21/03/2020
Terza lettera del vescovo nel tempo del Coronavirus

Carissime/i,

siamo entrati nella Primavera e nel cammino quaresimale siamo giunti alla Domenica che è chiamata da sempre “Domenica Laetare”, cioè “Rallegrati” (la veste liturgica è di colore rosaceo). Tutto questo sembra in grande contrasto con quanto stiamo vivendo in questo tempo di grande preoccupazione e timore, per non dire paura. Preoccupazione per noi che, penso, nella grande maggioranza stiamo fisicamente bene. Se poi pensiamo alle tante famiglie in lutto, se pensiamo ai malati che combattono con la malattia, a coloro che, soli vanno verso la morte; se pensiamo a tutti gli operatori sanitari che con grande impegno e fatica (e coraggio) lavorano negli ospedali, allora ci rendiamo conto che le nostre paure tutto sommato non sono paragonabili a quello che loro vivono.Ma non è certo questo il motivo per rallegrarci. Quale allora?
 
Siamo provocati a scavare in profondità e a trovare ciò che, comunque vada, rimane sempre il fondamento della nostra speranza e quindi della nostra gioia.
 
Il Vangelo di questa quarta domenica di quaresima ci racconta di un uomo cieco fin dalla nascita, rassegnato a non uscire da questa condizione. Gesù gli passa vicino, fa un po’ di fango con la saliva, glielo spalma sugli occhi, gli dice di andarsi a lavare. Quello va e riacquista la vista. In un successivo incontro, Gesù gli chiede: “Tu, credi nel Figlio dell'uomo?”. “Credo, Signore!” (Gv 9,1-41).
 
Ecco, ancora una volta, la fede. La Domenica a messa sempre diciamo il Credo; spesso facciamo la nostra professione di fede, rispondendo proprio alla domanda: “Credi in Gesù Cristo, figlio di Dio?”. La nostra risposta è “Credo, Amen”, parole con le quali affermiamo che il Signore è il riferimento sicuro e fermo per la nostra esistenza. Il Salmo 22 (che preghiamo nella messa di questa domenica) dice: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me”.
 
Ecco, qui intravvediamo il motivo vero per cui possiamo rallegrarci. Ma la fede non è solo una cosa che si ha o non si ha. È anche una cosa che da piccola e debole, è chiamata a crescere per diventare più grande e robusta, e questo avviene nelle varie vicende della vita. C’è un libro scritto un po’ di anni fa intitolato: “Occasione o tentazione?”. Ogni circostanza ci pone dinnanzi a una duplice possibilità: o quella di affidarci a Dio come a un Padre; o quella di cedere al pensiero che lui è distante e non si interessa di noi. Se anche noi cristiani ci diciamo e ci auguriamo: “Andrà tutto bene”, non è perché incrociamo le dita e ci affidiamo alla buona sorte; ma è perché sappiamo che il Signore non ci lascia soli in questa difficoltà e, comunque vada, rimaniamo sempre nelle sue mani.
 
È difficile lasciarci provocare. In realtà siamo un po’ ciechi, abbiamo bisogno di vedere di più; anzi dobbiamo convincerci che non si tratta di un vedere, nel senso di avere risposte chiare a tutte le nostre domande, ma abbiamo bisogno di fidarci e di affidarci, come descrive bene il Trilussa in questa poesia:

Quella vecchietta cieca, che incontrai
 
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
 
me disse: - Se la strada nun la sai,
 
te ciaccompagno io, ché la conosco.
 
Se ciai la forza de venimme appresso,
 
de tanto in tanto te darò 'na voce,
 
fino là in fonno, dove c'è un cipresso,
 
fino là in cima, dove c'è la Croce...
 
Io risposi: - Sarà ... ma trovo strano
 
che me possa guidà chi nun ce vede... 
 
La cieca allora me pijò la mano
 
e sospirò: - Cammina! - Era fa Fede.

Buona Domenica.

Vostro Vescovo + Giovanni 

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